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più severi processi selettivi nelle imprese e
maggiori espulsioni di manodopera dal mercato
del lavoro. Da qui i tentativi quantomeno di
rallentare il processo o di tornare indietro. Alcuni
credono che il processo sia ormai irreversibile
ma dimenticano l'esperienza storica. Dopo una
fase prolungata di liberismo, vi è stata, fra le
due grandi guerre, una lunga fase di diffuso
protezionismo. Ma il ritorno al protezionismo per
evitare cambiamenti produttivi traumatici
significherebbe
semplicemente
perdere
i
vantaggi della specializzazione per competenze
distintive che consente migliore qualità a parità
di costi o minori costi a parità di qualità. Cioè
significa rifiutare le basi stesse della logica
economica.
L'alternativa tendenzialmente equa, in simili casi,
è piuttosto l'elaborazione di un sistema di
interventi sul tipo di ammortizzatori sociali
avanzati, abbinati a politiche di formazione e
aggiornamento che consentano una mobilità del
lavoro da non interpretarsi, per i lavoratori,
come minaccia ma piuttosto come occasione di
rinnovamento delle motivazioni lavorative, in
piena compatibilità con le tendenze ad un
accrescimento della produttività che non passi
solo attraverso la tecnologia trascurando i valori
dell'uomo.
Sulla base di simili iniziative il liberismo
continuerebbe a rappresentare la faccia
economica del liberalesimo culturale e politico,
coerente con una globalizzazione che non si
traduca in una omogeneità appiattita ma
piuttosto in una vicendevole mutuazione dei
migliori apporti di culture diverse (di
arricchimento, quindi, non di sradicamento delle
culture locali).
E' evidente che simile processo di equilibrata
integrazione sotto il profilo economico e
culturale appare più veloce fra paesi più vicini
geograficamente e culturalmente.
Nel caso dei rapporti tra l'America Latina e
l'Italia solo il secondo aspetto appare premiante,
ma tanto potrebbe bastare. Le affinità con paesi
in cui è ampia la comunità di immigrati di origine
italiana - e quindi, almeno in parte, di cultura
italiana - sono tali che anche i rapporti
economici sono naturalmente agevolati, mentre,
per contro, il fattore ostativo rappresentato dalla
distanza
perde
peso
per
effetto
dei
miglioramenti nei mezzi di trasporto fisico e dei
mezzi di comunicazione virtuale.
Piuttosto sono aspetti pertinenti principalmente
alla funzionalità delle strutture burocratiche che
possono
rappresentare
gravi
ostacoli
all'integrazione economica di taluni paesi
dell'America Latina con i paesi europei, così
come, del resto hanno rappresentato seri
ostacoli alla nascita e allo sviluppo delle imprese
locali.
I vincoli allo sviluppo che sono presenti nei paesi
emergenti, con rilevanza molto diversa a
seconda del paese che si considera ma della
medesima tipologia, sono dati, in genere, da:
costo elevato e insufficienza dei servizi alle
imprese; incidenza fiscale sui profitti delle
imprese; condizioni di instabilità economica;
rischio
paese;
legislazione
inadeguata
all'evoluzione delle tecniche commerciali e
finanziarie; scarsi servizi informativi; supporto
inadeguato allo sviluppo di investimenti;
problemi di sicurezza sociale; insufficiente
formazione delle risorse umane; bassa cultura
d'impresa; bassi standard di qualità; rigidità e
pesantezze burocratiche; scarsa capacità di
coordinamento tra le iniziative che vengono
promosse.
Molti di questi vincoli hanno caratterizzato, e in
buona misura tuttora caratterizzano, diversi
paesi dell'America Latina.
Gli osservatori internazionali hanno sempre
auspicato maggiori coordinamenti istituzionali;
sviluppo
dell'associazionismo;
agevolazioni
finanziarie e fiscali agli scambi commerciali e agli
investimenti; legislazione mirata al sostegno di
specifici settori o aree; formazione e
qualificazione delle risorse umane; migliori
condizioni di sicurezza e di stabilità; maggiori
servizi reali alle imprese; messa in rete delle
istituzioni; riduzione della burocrazia; raccordi
tra gli enti locali e tra le associazioni.
Il quadro relativo a questi aspetti, fino ad epoca
recente non era propriamente favorevole ma da
qualche relatore che mi ha preceduto ho
appreso con piacere che la situazione è in
nettissimo
miglioramento:
molti
ostacoli
burocratici sono stati rimossi; sono stati fatti
grossi
passi
avanti
sul
campo
dell'associazionismo e, più in generale, è emersa
la logica della competitività del sistema-paese,
cioè risulta ormai chiaro che la competitività
delle imprese del paese e la capacità del paese
di attrarre investimenti dall'estero dipende
largamente dal complesso delle condizioni che
caratterizzano l'efficienza del modo di operare in
quel certo paese.
Sono lontani i tempi (epoca fordista) in cui
un'impresa poteva essere competitiva di per sé,
perché tanto i mercati erano abbastanza piatti:
oggi il mercato è convulso, sono i sistemi-paese
nel loro complesso che competono, quindi le
imprese in tanto risultano competitive in quanto